lunedì 28 settembre 2026

“TE VÖGLIU BÈN” di Roberto Rovelli



            

“Te vögliu bèn”,                        

a m’ava ditu riendu,                          

trepandu cume in cravéu                    

cu’a sciala inucénte                           

de tüti i figliöi                                    

e mi, genàu, eira scapàu;                   

nui àvimu forsci sei ani.

 

“Ti me vöi bèn?”,                              

scarmanduse a m’ava dumandàu         

cu’a sòu vuxe de velüu,                     

ma mi, pe’ fa u düru                          

e nu’ esse cugliunàu dai cumpagni,              

nu’ gh’ava respundüu;                

scemarìe d’i chinz’ani.                

 

“Te vögliu bèn”,                        

mi cuntügnava a redì ciagnendu          

pentìu de nu’ avégheřu mai ditu,         

mirandu, strapersu e amagunàu,         

a sòu spàira fàcia seréna                    

int’a pàixe d’u resciòuru etérnu...         

avesse posciüu andà inderré cu’i ani...  

 

 

Roberto Rovelli – Dialetto di La Mortola

I Classificato ex-aequo al XXXIX Premio di Poesia Dialettale Intemelia “U Giacuré” – Ed. 2026 con la seguente motivazione:

La poesia tratta il tema dei sentimenti in diverse fasi di età, rivela le timidezze, le spavalderie e i rimpianti delle cose non dette ed è magistralmente strutturata in tre tempi: l'infanzia (6 anni), l'adolescenza (15 anni), il lutto. La stessa frase "te vögliu bèn" cambia peso ad ogni ripetizione: l'ironia dei "15 anni" contrasta con il dolore finale. Versi che narrano un’esperienza comune a tutti, che riflettono sia il desiderio mancato di esprimersi, sia la paura di farlo perché privi di un’educazione sentimentale che dia voce all’anima senza timori e condizionamenti. Poesia molto toccante.

 

 

“TI VOGLIO BENE”

 

 “Ti voglio bene”,

mi aveva detto ridendo,

saltellando come un capretto

con la gioia innocente

di tutti i bambini

ed io, impacciato, ero scappato;

avevamo forse sei anni.

 

“Mi vuoi bene?”,

arrossendo mi aveva chiesto

con la sua voce vellutata,

ma io, per fare il duro

e non essere canzonato dagli amici,

non le avevo risposto;

stupidaggini dei quindici anni.

 

“Ti voglio bene”,

continuavo a ripetere piangendo

pentito di non averglielo mai detto,

guardando, sperduto e triste,

il suo pallido viso sereno

nella pace del riposo eterno...

avessi potuto andare indietro con gli anni...

 


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