A vurereva e me fasce
u zerbu unde, strapersa, a
sercavu
u brussüjà du ventu,
da petita. U bambalà di
curui
tra vigna, perséghi e
rumanin.
U casun suta i urivi
sènsa cessu né cuixina;
u pastun pe-e gaine
e in po’ ciü in là
tumaru, urive, aju
veixin au cuniu a frigurà.
A vurereva u figu da scarà.
A fira de furmigure,
u ciapetà de sigare.
U derucà du tempu
sensa pentisse sensa
strafunegà.
L’agrüme du triföju
in buca, da sussà.
E versu u carà du sù,
u reciamu da maire
cun a curuna in man,
u so’ baiixu avanti de
durmì.
A gata surve u ciümassu,
sti giurni da tucà
dapöj recumensà.
Enrica Carlo – Dialetto di Sanremo
PREMIO “CUMPAGNIA D’I VENTEMIGLIUSI” al
XXXIX Premio di Poesia Dialettale Intemelia “U Giacuré” – Ed. 2026 con la
seguente motivazione:
L’autrice
“dipinge” il quadro della sua infanzia vissuta in campagna, tra suoni, colori,
profumi, odori e spazi aperti. Intense immagini rievocano il suo correre per le
fasce, laddove si schiudono mondi per i bambini che resteranno per sempre nella
memoria. Solitudini felici immerse nella Natura che offre continuamente
qualcosa di sè, tra fiori, piante, animali e umani. Ritmo libero ma musicale.
Il rosario della madre e il bacio prima di dormire toccano un registro intimo e
autentico.
VORREI
Vorrei ancora le mie fasce
il gerbido dove, vagabonda,
cercavo le moine del vento
da bambina, l’altalena dei
colori
tra la vigna, i peschi ed il
rosmarino.
Il casone sotto gli ulivi
senza bagno né cucina.
Il pastone per le galline
e un po’ più in là
timo, olive aglio,
vicino al coniglio a
sfriggiolare.
Vorrei il fico da scalare,
la fila di formiche
il pettegolare delle cicale.
Il franare del tempo
senza pentirsi senza
vaneggiare.
L’asprezza del trifoglio
in bocca da succhiare.
Vorrei, verso il tramonto,
il richiamo di mia madre
con i rosario fra le dita,
i suo bacio prima di
dormire,
la gatta sul guanciale.
Quei giorni da toccare
E poi ricominciare.

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