martedì 16 giugno 2026

A VUREREVA di Enrica Carlo


A vurereva e me fasce

u zerbu unde, strapersa, a sercavu

u brussüjà du ventu,

da petita. U bambalà di curui

tra vigna, perséghi e rumanin.

U casun suta i urivi

sènsa cessu né cuixina;

u pastun pe-e gaine

e in po’ ciü in là

tumaru, urive, aju

veixin au cuniu a frigurà.

A vurereva u figu da scarà.

A fira de furmigure,

u ciapetà de sigare.

U derucà du  tempu

sensa pentisse sensa strafunegà.

L’agrüme du triföju

in buca, da sussà.

E versu u carà du sù,

u reciamu da maire

cun a curuna in man,

u so’ baiixu avanti de durmì.

A gata surve u ciümassu,

sti giurni da tucà

dapöj recumensà.

 

 

 

Enrica Carlo – Dialetto di Sanremo

PREMIO “CUMPAGNIA D’I VENTEMIGLIUSI” al XXXIX Premio di Poesia Dialettale Intemelia “U Giacuré” – Ed. 2026 con la seguente motivazione:

L’autrice “dipinge” il quadro della sua infanzia vissuta in campagna, tra suoni, colori, profumi, odori e spazi aperti. Intense immagini rievocano il suo correre per le fasce, laddove si schiudono mondi per i bambini che resteranno per sempre nella memoria. Solitudini felici immerse nella Natura che offre continuamente qualcosa di sè, tra fiori, piante, animali e umani. Ritmo libero ma musicale. Il rosario della madre e il bacio prima di dormire toccano un registro intimo e autentico.

 

 

VORREI   

 

Vorrei ancora le mie fasce

il gerbido dove, vagabonda,

cercavo le moine del vento

da bambina, l’altalena dei colori

tra la vigna, i peschi ed il rosmarino.

Il casone sotto gli ulivi

senza bagno né cucina.

Il pastone per le galline

e un po’ più in là

timo, olive aglio,

vicino al coniglio a sfriggiolare.

Vorrei il fico da scalare,

la fila di formiche

il pettegolare delle cicale.

Il franare del tempo

senza pentirsi senza vaneggiare.

L’asprezza del trifoglio

in bocca da succhiare.

Vorrei, verso il tramonto,

il richiamo di mia madre

con i rosario fra le dita,

i suo bacio prima di dormire,

la gatta sul guanciale.

Quei giorni da toccare

E poi ricominciare.


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