lunedì 21 febbraio 2022

DE CUVÉA E PASCIÙN di Roberto Rovelli



Tache de süù                                     

i stissa d’â fronte                              

insc’î caviéli d’i tetìn                        

e cume pèrle d’aigàglia                     

i cuřa cianìn                                      

insci’â pele asciarmà                        

trassandu fi sutiři                              

ch’i se pèrde fra e cöscie                   

int’in bòscu abazuràu.                                  

In sentù de cuvéa                              

u spande inte l’aria                           

in arén de pasciùn                             

ch’u l’imbriaga i sensi                                  

e u fa picà u cö                                    

cum’u fusse adanàu                          

adesciandu chel’ardù                        

ch’u fa bùglie u sanghe                     

e reveà u çervelu.                              

Int’in mumentu                                 

a raixùn a s’agara                              

ae tentaçiùn d’a carne                        

dandu sfögu a cheli empürsi             

ch’i s’ascunde                                   

int’ê biéle d’a cusciénsa.                  

L’àrima e u cö                                   

i se marìa int’ina vampà                   

de sarvàiga cuncüpige                                    

ch’a l’avirüpa u corpu                                  

int’in muřinà invexendàu                 

de spüru asciarmàu piaixé.   

 

 

 

Roberto Rovelli – Dialetto di La Mortola (Ventimiglia)            

 

 

DI DESIDERO E PASSIONE

 

Gocce di sudore

cadono dalla fronte

sui capezzoli dei seni

e come perle di rugiada

colano lentamente

sulla pelle accaldata

tracciando rivoli sottili

che si perdono fra le cosce

in una selva incantata.

Una sensazione di desiderio

spande nell’aria

un alito di passione

che ubriaca i sensi

e fa battere il cuore  

come fosse impazzito

risvegliando quell’ardore

che fa bollire il sangue

e fantasticare il cervello.

In un attimo

la ragione s’arrende

alle tentazioni della carne

dando sfogo a quegli impulsi

che si nascondono

nelle viscere della coscienza.

L’anima ed il cuore

s’uniscono in una vampata

di selvaggia lussuria  

che avvolge il corpo

in un vortice sfrenato

di puro sensuale piacere.


domenica 20 febbraio 2022

QUËTE di Danila Olivieri



Poei desgheugge l'anima

e lasciala quëta giâ

inta luxe ârba de frevâ

che a l'arreccheuggie zà

quärche tepido sciòu

là donde o sciumme o se fà mâ

tra erbe sarmaxe ingrixïe de prïe

e erboëti da-e trasparenti dïe.

E quande o sô òmai giano e desfæto

a l'orizzonte o se consumma cian

tutto o taxe e anche o mâ

o l'ha 'n cheu immenso de paxe

agguettâla da lontan

incroxiâ a barca a veja

da tanto tempo aspettâ

e poi veddîla deslenguase cian

a randa appenn-a desscegâ

inta neggia reusa da seja.

 

 

 

Danila Olivieri – Dialetto genovese del Tigullio

 

 

QUIETE

 

Poter sciogliere l'anima

E lasciarla quieta vagare

Nella luce nivale di febbraio

Che già coglie

Tiepidi fiati

Là dove il fiume abbraccia il mare

Tra erbe salmastre di greto

Illividite di sassi

E diafane dita d'arbusti.

E quando il pallido sole ormai sfatto

All'orizzonte si consuma lento

Tutto tace e anche il mare

Ha un cuore immenso di pace

Guardarla da lontano

Incrociare il veliero

A lungo atteso

E poi vederla svanire piano

A randa appena schiusa

Nel rosa della sera.

  

U CAPELU DA ESPRURAÙ di Costanza Modena


 

A l’eira vegnüa a moda, avanti a ghera,

pe’ i omi, andà vestii a l’africana,

chela che avù a se ciana “sahariana”:

braghe a sbüfu, vestiu curù da tera.

 

Ascì i petiti i purtava di capeli

a areta larga, rundi, cume cheli

che i se ven in ti film di espruraui,

vestii de ciru, sentüra e stivalui.

 

A nu so couze u gh’è vegnüu in mente

a me maire: de acatà stu capelu:

“Garda chi, ürtima moda, veramente!

U nu te piaixe? Ti nu hai servelu!”

 

Girandu stu capelu surve in diu,

cume s’a fusse ina gran sgavausura,

a l’ho pensau: “Ma chi gh’ha cunsejau

stu ravatu, ciü brütu d’ina bazura?”

 

a nu ghe l’ho ciü fa: “Ma Santu Diu,

in sima a stu capelu gh’è in butun

ch’u pà ina cagarela de cuniji!

A nu me u mete, al lansu dau barcun!”

 

A stu puntu lì i han mustrau u muru

a lala, u barba, i cuixin ch’i aixeva

vöia de rie, de pijame in giru:

a eli ascì u capelu u nu piaixeva!

 

Cun stu capelu da espruraù

ciü che autru, a piaxeivu in caciaù.

Me maire finarmente a l’ha acapiu,

int’a bitega a ghe l’ha riportau!

 

 

 

Costanza Modena – Dialetto di Sanremo

 

 

IL CAPPELLO DA ESPLORATORE

 

Era venuta la moda, prima della guerra,

per gli uomini, andare vestiti all’africana,

quella che oggi si chiama “sahariana”:

pantaloni a sbuffo, abito color della terra.

 

Anche i bambini portavano dei cappelli

a tesa larga, rotondi, come quelli

che si vedono nei film degli esploratori,

vestiti di chiaro, cintura e stivaloni.

 

Non so cosa è venuto in mente

a mia madre, di comprare questo cappello:

“Guarda qui, ultima moda veramente!

Non ti piace? Non ha cervello!”

 

Girando questo cappello sopra un dito,

come se fosse una trottola,

ho pensato: “Ma chi le ha consigliato

questa porcheria, più brutta di una strega?”

 

Non ce l’ho più fatta: “Ma Santo Dio,

in cima a questo cappello c’è un bottone

che sembra una cacca di coniglio!

Non me lo metto, lo lancio dalla finestra!”

 

A questo punto si sono fatti vedere

la zia, lo zio, i cugini che avevano

voglia di ridere, di prendermi in giro:

a loro anche il cappello non piaceva!

 

Con questo cappello da esploratore

più che altro sembravo un cacciatore.

Mia madre finalmente ha capito

e lo ha riportato nella bottega (dove lo aveva comprato).

sabato 19 febbraio 2022

PENSÀ di Mario Saredi

 


E gàmbe i me fàn mà,

i me se céga,

u fiàtu u l’è pòucu,

tütu mòlu,

nùma u pensà

u và.

Pènsu a chì

nu me pö pensà

se nu in manèira

che sarìa mègliu

de nà.

Ma àu pensà

nu ghe sèrve

u scì de nesciün.

Elu u và, u và

sènsa ingalutà,

u sàuta aiscì

e mì sùn chì

a pensà, a pensà,

pensà

de durmì

e nu assunà

tütu lòche

l’è nà.

 

 

 

Mario Saredi – Dialetto di Camporosso

2016

 

 

PENSARE

 

Le gambe mi fanno male,

mi si piegano,

il fiato è poco

tutto molle,

solo il pensare

va.

Penso a chi

non mi può pensare

se non in modo

che sarebbe meglio

di no.

Ma al pensare

non gli serve

il sì di nessuno.

Esso va, va

senza inciamparsi,

salta pure

ed io sono qui

a pensare, a pensare,

pensare

di dormire

e non sognare

tutto quello

che è no.


venerdì 18 febbraio 2022

NOI, CHI SEMPER NAVEGEMO di Anonimo Genovese

 

Noi, chi semper navegemo

e ’n gram perigor semo

en questo perigoloso mar,

ni mai possamo repossar,

no devemo uncha cesar

lo pietoso De' pregar

che ne scampe, con soi santi,

de perigoli, chi son tanti,

de li gran conmovimenti

de fortuna e de gram venti,

bachaneixi e unde brave

chi conturban nostre nave.

Penser à inter tante onde

che la nave no prefonde.

L’aer par tuto ofoscao,

e lo mar astorbeao;

no par stella, ni sol, ni luna:

tento è lo cel d’esta fortuna;

ni se trovemo conforto

de poer venir a porto;

ni osemo strenzer li ogi,

tanto è pin lo mar de scogi...

 

 

 

Anonimo Genovese (sec. XIII) – Lingua genovese

Dalla pagina Facebook di Fiorenzo Toso

 

 

NOI, CHE CONTINUAMENTE NAVIGHIAMO

 

Noi, che continuamente navighiamo

e viviamo in grande pericolo

in questo mare pieno di insidie

senza mai poter riposare,

non dobbiamo cessare

di invocare Iddio pietoso

che ci salvi, con i suoi santi,

dalle tante difficoltà,

dai grandi sommovimenti

di tempesta e grandi venti,

marosi e cavalloni violenti

che sconvolgono la nostra imbarcazione.

Si ha il timore, fra tante onde,

che la nave possa affondare,

L'atmosfera è offuscata,

e il mare è torbido;

non appaiono stelle o luna,

il cielo è del colore della burrasca,

e non abbiamo la speranza

di raggiungere un porto.

E non osiamo chiudere gli occhi

tanto il mare è pieno di scogli...